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Author Archives: Mauro Meloni

Author: Mauro Meloni

Trasferito a Udine nel 2012 come assegnista di ricerca presso l’omonima università, ho conseguito nel 2015 a Roma un master della NUTRIFOR in Nutrizione e Alimentazione Umana decidendo di intraprendere la via della libera professione. Mi chiamo Mauro Meloni e svolgo la libera professione a Udine come Biologo Nutrizionista. La mia formazione accademica è iniziata a Cagliari, città in cui sono nato nel 1976 e dove ho conseguito la laurea in Scienze Biologiche (2003). Successivamente (2007), ho ottenuto il titolo di Dottore di Ricerca (PhD) in Microbiologia e Virologia.

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Fruttosio, Dolcificanti, Stevia. Riflessioni sulle alternative allo zucchero tradizionale.

Premessa

La necessità di consumare alternative più o meno naturali allo zucchero tradizionale (e.g. saccarosio) nasce dalla amara constatazione che da almeno 30 anni nella dieta o nelle abitudini alimentari del mondo occidentale vi è effettivamente un eccesso di zuccheri semplici che è stato ed è tuttora causa di patologie a livello endocrino e metabolico.

 

Può essere quantificato o meglio specificato questo abuso di zuccheri?

Spesso nella routine quotidiana non ci rendiamo conto di quanti zuccheri si consumino, infatti oltre al classico zucchero o saccarosio, indifferente sia esso raffinato o di canna, da aggiungere al caffè o al tè spesso e volentieri si abusa di altri alimenti ricchi in zuccheri come la cioccolata, il gelato, i cereali da colazione, i vari tipi di biscotti, le bibite gassate, i succhi di frutta, ecc. Il fatto che il dolce o in generale gli zuccheri aumentino la produzione di endorfine, neurotrasmettitori implicati nei circuiti neuronali della gratificazione, porta molti soggetti a cercare soddisfazione seguendo questo genere di approccio che è dieteticamente sbagliato ma più semplice da perseguire piuttosto che dedicarsi alla pratica sportiva che in fin dei conti possiede effetti anche migliori in termini di gratificazione oltre agli innumerevoli benefici sia di tipo fisico che salutistico.

 

Quali sono le conseguenze in termini salutistici di questo abuso?

È un dato di fatto che tutti gli zuccheri semplici non siano proprio degli alleati dei regimi dietetici siano essi ipocalorici, normocalorici o ipercalorici, un loro eccesso è infatti strettamente correlato sia al rischio di sviluppare diabete di tipo II o comunque forme di resistenza insulinica sia alla possibilità di sviluppare condizioni infiammatorie croniche a livello della mucosa intestinale.

Ovviamente più l’individuo è attivo fisicamente meno quel surplus di zuccheri semplici avrà ripercussioni a livello endocrino e metabolico dal momento che può venir sfruttato come fonte energetica durante la pratica sportiva. Non bisogna però sottovalutare l’asset genetico individuale e quindi la facilità magari di alcuni soggetti pur attivi fisicamente a sviluppare le suddette complicanze.

Il consumo eccessivo di zuccheri è riconosciuto come la principale causa dell’epidemia di obesità che affligge soprattutto i paesi occidentali e i più industrializzati, Stati Uniti in primis; una visione differente rispetto a quella di parecchi anni fa in cui il principale imputato erano i grassi. Questi ultimi, in particolare grassi saturi e trans, rimangono sempre delle componenti alimentari ad alto rischio dal momento che un loro eccesso porta a gravi disordini di tipo cardiovascolare.

 

Che tipo di alternative agli zuccheri comuni sono presenti sul mercato?

La ricerca scientifica in campo alimentare ha cercato di sviluppare delle alternative che simulassero il potere dolcificante del saccarosio o dello sciroppo di glucosio (forma presente in molte bibite gassate) senza però apportare calorie ed evitando interferenze a livello metabolico. Ciò ha portato alla commercializzazione dei dolcificanti sintetici di cui andremo tra poco a vederne le caratteristiche, infatti meglio prima fare un’opportuna classificazione di quelle che sono le alternative naturali e sintetiche allo zucchero tradizionale.

I più comuni dolcificanti sintetici sono:

  • aspartame
  • acesulfame k
  • saccarina

I più comuni dolcificanti di tipo naturale sono:

  • miele
  • fruttosio
  • xilitolo
  • sorbitolo
  • stevia

 

Dolcificanti sintetici

I dolcificanti sintetici sono molecole create in laboratorio, hanno un potere dolcificante maggiore del saccarosio ma sono acalorici e per lo più ininfluenti in termini di stimolo insulinemico.

Il potere dolcificante (p.d.) prende sempre come riferimento di base lo zucchero comune o il saccarosio e si stima che il p.d. dell’aspartame sia di circa 200 volte maggiore e quello della saccarina di circa 400 volte. Questo significa che servirebbero 200-400 grammi circa di saccarosio per ottenere lo stesso sapore dolce dato da 1 grammo di dolcificante.

Ovviamente sorgono tanti dubbi riguardo alla loro sicurezza in termini salutistici più che altro perché non si conoscono ancora gli effetti a lungo termine sul nostro organismo, per questo vi è sempre una dose massima giornaliera da non superare come anche c’è l’invito a limitarne o evitarne l’uso in condizioni fisiologiche particolari come gravidanza e allattamento.

Si discute inoltre su un loro possibile seppur minimo condizionamento delle funzioni endocrine e metaboliche del nostro organismo. Alcuni studi recenti, ma che necessitano di ulteriori conferme, affermano che in qualche modo queste sostanze possano stimolare per via indiretta la produzione di insulina interferendo sui mediatori che regolano la sensazione di sazietà.

 

Dolcificanti naturali

I dolcificanti naturali sono molecole già presenti in natura, per scopi commerciali alcuni vengono estratti da altre matrici alimentari (e.g. il fruttosio dallo sciroppo di mais). Generalmente hanno potere dolcificante simile al saccarosio, sono calorici (eccetto la Stevia) ma hanno un impatto inferiore in termini di stimolazione insulinica.

Un discorso a parte meritano il fruttosio e la stevia.

 

Fruttosio

Questo zucchero fu ampiamente utilizzato come alternativa al saccarosio negli anni ‘90 in quanto ritenuto meno “invasivo” in termini metabolici soprattutto per i soggetti diabetici. Effettivamente il potere dolcificante è maggiore (e.g. 1.5 volte il saccarosio), ha quindi un indice glicemico inferiore, ma si è poi scoperto che possedeva altre proprietà non proprio salutari; è stato infatti definito un “metabolic deranger” ovvero un disturbatore o distruttore metabolico per le complicanze a livello epatico a cui può portare. È opportuno evidenziare alcune caratteristiche:

 

  • Pur essendo dal punto di vista molecolare molto simile al glucosio ha meccanismi di assorbimento piuttosto differenti. Non esiste a livello fisiologico un controllo enzimatico che ne limiti l’assorbimento a livello epatico come invece avviene per il glucosio.

 

  • È fortemente lipogenetico quindi una volta scomposto a livello epatico in molecole più elementari (e.g. didrossiacetone-fosfato e gliceraldeide-3-fosfato) porta alla sintesi dei trigliceridi. Studi clinici hanno appunto confermato che elevati livelli di fruttosio nella dieta portano ad un aumento dei trigliceridi plasmatici.

 

  • Il fatto che stimoli di meno la secrezione insulinica porta ad avere un minore senso di sazietà e ciò induce ad assumerne più del dovuto.

 

  • Non stimola la leptina né la grelina; il primo è un regolatore della spesa energetica, il secondo invece regola il senso dell’appetito.

 

Tutto ciò porterebbe a pensare che anche il consumo di frutta, dove il fruttosio rappresenta lo zucchero principale, risulterebbe controindicato ma in realtà in questo contesto lo zucchero in questione si trova insieme alla matrice fibrosa che ne riduce l’assorbimento a livello intestinale; risulta però sempre valido l’invito a non consumarne mega dosi soprattutto nei soggetti diabetici.

 

Stevia

Il dolcificante naturale in questione è ottenuto da un arbusto originario del Sud America. Da esso si estraggono le componenti elementari tra cui gli steviosidi che sono quelli che vengono poi commercializzati.

Il potere dolcificante è molto alto, circa 300 volte il saccarosio, ma a differenza degli altri dolcificanti naturali possiamo definirlo acalorico e ininfluente in termini di stimolazione insulinica. Pare strano che una sostanza naturale non abbia alcuna interferenza a livello metabolico ma la ragione è perché le sue componenti non vengono digerite a livello intestinale.

Anche in questo caso come per i dolcificanti sintetici si invita sempre a non eccedere nelle dosi dal momento che non sono ben chiari o meglio noti gli effetti a lungo termine.

 

Qual è alla fine la migliore alternativa allo zucchero tradizionale?

Il problema non è lo zucchero comune o il saccarosio ma capire come usarlo e quanto usarne. Se generalmente seguo un regime dietetico già di per sé povero in zuccheri semplici e ricco in fibre, non sono certamente quei 2/3 cucchiaini di zucchero al giorno aggiunto al caffè che portano a sviluppare problemi metabolici. In caso invece la mia dieta sia particolarmente squilibrata e preveda il consumo frequente di dolci, bibite gassate e cibo spazzatura in generale allora devo correre ai ripari non solo limitando o trovando alternative al saccarosio ma ovviamente rivoluzionando in meglio un po’ tutto il mio regime alimentare.

In ogni caso l’utilizzo delle alternative è consigliato, soprattutto ai soggetti diabetici, e tra le varie opzioni mi sentirei solo di escludere il fruttosio per le complicazioni di tipo epatico e metabolico a cui un suo eventuale eccesso può portare.

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Tutta la verità sulle formule “brucia grassi”

Premessa 

Negli ultimi anni la sempre più crescente richiesta di “diete miracolose”, capaci quindi di coniugare una veloce perdita di peso col minimo sforzo, ha portato all’immissione sul mercato di una quantità varia e infinita di prodotti dalla dubbia credibilità ed efficacia.

Questi prodotti, commercializzati per lo più sotto forma di bevande o integratori liquidi e contenenti principi attivi derivati da alimenti ben noti come per esempio ananas, zenzero e tè verde, vengono spesso accompagnati dalla dicitura “brucia grassi” ma la realtà è ben diversa da ciò che si vuol far credere.

L’alimento o la sostanza “brucia grassi” rimane e forse rimarrà una chimera, non esistono infatti al momento principi attivi o molecole capaci di permettere un’immediata ossidazione del grasso corporeo come anche, vedendola da un punto di vista puramente metabolico, non sono state identificate sostanze che agiscano esclusivamente come stimolatori di vie metaboliche o che portino ad un consumo maggiore del grasso corporeo. Stimolare il metabolismo e/o la termogenesi è certo fattibile ma lo si può fare solo attraverso un buon “connubio” tra apporto di carboidrati e proteine come anche mediante un incremento dell’attività motoria.

Perché enfatizzare determinati alimenti se alla fine non possiedono queste proprietà?

Ananas, zenzero e tè verde, per fare un esempio, contengono alcuni principi attivi che presentano delle proprietà interessanti ma queste non hanno nulla a che vedere con ipotetiche funzionalità lipolitiche. È noto e poco discutibile il fatto che estratti contenenti bromelina (principio attivo dell’ananas) abbiano un effetto drenante o anti-edematoso come anche non è sicuramente opinabile e anzi avvalorato scientificamente il ruolo come antiossidante dell’epigallocatechina gallato, il polifenolo contenuto nel tè verde. Analogo discorso vale per i gingeroli (principi attivi contenuti nello zenzero) che godono di importanti proprietà antinfiammatorie e antiemetiche.

Si tenta quindi di sfruttare la notorietà o meglio la credibilità di determinati principi attivi accostando ulteriori e poco credibili vantaggi in termini metabolici. Il resto lo fa poi il marketing con tutta una serie di tecniche di vendita che spesso associano il prodotto di interesse a figure ben note del panorama mediatico.

Potrebbero esistere in natura sostanze che bruciano velocemente i grassi in eccesso del nostro organismo?

Sostanze che bruciano in maniera diretta i nostri grassi non ce ne sono, non sicuramente a livello alimentare. Se comunque una siffatta sostanza esistesse e venisse consumata porterebbe a importanti alterazioni in termini termodinamici che risulterebbero incompatibili con la nostra vita, infatti quell’ipotetica sostanza capace di “bruciare” il nostro grasso provocherebbe una fuoriuscita di energia termica che il nostro organismo non sarebbe in grado di arginare con i suoi meccanismi termoregolatori. Sarebbe meglio disperdere invece questo potenziale energetico in una frazione di tempo maggiore attraverso dell’energia meccanica ovvero con della buona e sana attività fisica.

Il discorso invece è differente riguardo ai promotori metabolici, tanti principi attivi infatti sono in fase di studio (per esempio molecole derivate dalla garcinia, dalla rodiola e dal fucus) ma c’è ancora poco di concreto, pochi invece hanno effettivamente un ruolo metabolico importante, per esempio caffeina e nicotina, anche se con importanti implicazioni negative in termini salutistici.

Un abituale consumo di queste due sostanze comporta sì un aumento del metabolismo basale (consumo energetico in fase di riposo) ma nel caso della caffeina c’è da considerare una dose limite giornaliera da non superare per non andare incontro a una sovra-stimolazione del sistema nervoso centrale come anche ci sono da valutare numerose controindicazioni per chi soffre di problemi cardiovascolari, nel caso invece della nicotina oltre al probabile instaurarsi di una  dipendenza, ci sono tutta una serie di ben note complicazioni e patologie causate dal fumo di sigaretta.

Conclusione

Escludendo caffeina e nicotina, è probabile che ci siano molecole in campo alimentare che agendo da “stimolatori”, per esempio del sistema nervoso, possano in un certo senso facilitare una perdita di grasso corporeo, ma ancora nulla è dimostrato o documentato.

Sono anche del parere che un loro utilizzo non avrebbe senso se non associato a un corretto stile alimentare o comunque ad una “terapia dietetica” mirata al mantenimento, allo stimolo e se non addirittura alla crescita del metabolismo corporeo. Aggiungendo poi una regolare attività motoria potremmo ottenere risultati concreti e durevoli oltre a un indubbio beneficio psico-fisico. Solo in questo caso sarebbe sì corretto associare l’attributo “brucia grassi” a una dieta così strutturata, sempre che il suddetto temine sia inteso in termini di stimolo metabolico!

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Chiusura Ferie Estive

Si avvisa che lo studio nutrizionale rimarrà chiuso da sabato 8 agosto a lunedì 24 agosto compresi.

Le prenotazioni per l’ultima settimana di agosto e per settembre sono già attive, inviate pure una mail a [email protected] o mediante finestra dedicata nel sito www.mauromeloni.it oppure inviate un messaggio WhatsApp al 340-1745550. Vi risponderò appena possibile!!

Mauro Meloni

 

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Nutrizionista, dietista o dietologo? Facciamo un po’ di chiarezza

Premessa 

Nutrizionista, dietista e dietologo sono tre figure professionali sanitarie che si occupano di alimentazione e per legge sono le uniche che possono determinare piani alimentari o diete come anche valutare lo stato nutrizionale di un determinato individuo, quindi nello specifico se sussiste una condizione di obesità o sovrappeso o magrezza eccessiva oppure una condizione di malnutrizione per eccesso o per difetto.

Spesso si crea confusione riguardo alle competenze e alla formazione accademica e professionalizzante di ciascuno.

Nutrizionista

Generalmente a questo termine si associa la figura del biologo e precisamente quella del biologo nutrizionista. In effetti il termine “nutrizionista” è molto generico in quanto anche un dietologo o un dietista potrebbe essere “nutrizionista” anche se con titoli differenti. Sarebbe perciò più opportuno quando si fa riferimento a un biologo che si occupa di alimentazione utilizzare il termine “biologo nutrizionista”.

Il biologo nutrizionista è un laureato in Scienze Biologiche iscritto alla sezione A dell’Ordine Professionale dei Biologi. La sua formazione accademica può variare, dalla laurea quinquennale (generalmente dei vecchi ordinamenti) alla laurea triennale associata a due anni di laurea specialistica in Scienze dell’Alimentazione; opzionali ma comunque raccomandati sono ulteriori corsi specifici post-laurea come master privati o accademici o scuole di specializzazione.

A differenza del dietologo, di cui si tratterà successivamente, il biologo nutrizionista non può prescrivere farmaci o esami clinici specifici ma può elaborare diete o piani alimentari in completa autonomia come anche può valutare l’eventuale presenza di una condizione di malnutrizione per eccesso o per difetto oppure una condizione di obesità, sovrappeso o sottopeso.

L’analisi della composizione corporea tramite bioimpedenza come anche la calorimetria indiretta pur non avendo valore diagnostico possono risultare strumenti utili alla professione che consentono di stimare il metabolismo basale e il fabbisogno energetico dell’individuo e permettono di valutare quindi in maniera più precisa le sue spese energetiche.

Pur non potendo diagnosticare una condizione patologica il biologo nutrizionista può però agire per migliorare il benessere del soggetto quando ci sono condizioni morbose o patologiche in atto; è necessario a riguardo avere consapevolezza dello stato di salute del paziente e per questo in casi particolarmente delicati come per esempio possono essere condizioni di insufficienza renale oppure chemioterapie oncologiche in atto è altamente consigliabile fare riferimento o collaborare con determinate figure mediche come nefrologo o oncologo.

Stesso discorso vale in caso di pazienti con disturbi del comportamento alimentare, infatti è opportuno valutare il coinvolgimento durante la “terapia dietetica” di altri professionisti come psicologi e psichiatri.

Il biologo nutrizionista oltre alla sua attività in regime di libera professione può anche stipulare contratti di collaborazione con mense lavorative e scolastiche come anche con atenei o scuole professionalizzanti in veste di esperto del settore alimentare o nutrizionale.

Dietologo

Il dietologo è a tutti gli effetti un medico quindi un professionista laureato in Medicina e Chirurgia con specializzazione in Scienze dell’Alimentazione o Dietologia. Può diagnosticare eventuali patologie o condizioni patologiche, richiedere tramite prescrizione approfondimenti clinici e analisi ematiche e può determinare le diete in piena autonomia con l’eventuale ausilio di strumentazione analitica (bioimpedenza e calorimetria) per la stima del metabolismo o dei fabbisogni energetici individuali. Generalmente lavora alle dipendenze di un’azienda sanitaria o in regime di libera professione.

Secondo la legge ogni medico può occuparsi di alimentazione o nutrizione umana anche senza specializzazione ma in tal caso non può utilizzare il titolo di “specialista” ma quello di “esperto” anche se in quest’ultimo caso sarebbe meglio acquisire maggiori competenze attraverso corsi di perfezionamento o master anche di natura accademica.

Dietista

Il dietista è un altro professionista del settore nutrizione con una formazione accademica differente rispetto alle precedenti. Possiede una laurea triennale in Dietistica facente parte del gruppo di lauree sanitarie della facoltà di Medicina e Chirurgia. Il superamento dell’esame di stato lo abilita all’esercizio della professione ma la categoria non dispone di un albo o ordine proprio come nel caso invece del medico o del biologo.

La sua attività professionale che va dall’elaborazione di diete alla valutazione dello stato nutrizionale dell’individuo con le stesse pratiche analitiche viste in precedenza è però condizionata dall’atto prescrittivo che può essere solo di natura medica, per questo necessita sempre della supervisione di un medico.

Generalmente svolge la sua professione presso ambulatori o ospedali, può collaborare nel settore della ristorazione (mense scolastiche e lavorative) e tenere corsi di educazione alimentare presso strutture pubbliche o private.

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Dieta chetogenica: è efficace o è una moda?

Che cos’è la dieta Chetogenica

La dieta chetogenica è nata come protocollo dietetico utilizzato fin dal lontano 1920 a livello clinico per disturbi di natura neurologica e col tempo si è evoluta con validi riscontri anche per applicazioni alla terapia nutrizionale mirata al calo ponderale.

Tutt’oggi è al centro di numerose ricerche scientifiche per le sue possibili implicazioni positive nel trattamento di pazienti con disturbi di tipo neurologico come epilessie refrattarie al trattamento farmacologico, emicrania, morbo di Parkinson e Alzheimer; per quanto riguarda invece il suo impiego nella terapia dietetica sono ormai abbastanza forti le evidenze a sostegno di una sua efficacia nella trattamento dell’obesità grave soprattutto in presenza di dismetabolismi, ipertensione e resistenza insulinica o diabete di tipo 2.

Molte istituzioni ne hanno riconosciuto l’utilità in campo clinico come il Sistema Sanitario Nazionale della Gran Bretagna (NHS); l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha imposto dei requisiti minimi in termini di ripartizione dei nutrienti almeno nel caso della VLCKD che sarà specificata in seguito. Indicazioni sul suo utilizzo sono state rilasciate anche dalla ADI (Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica) come anche la SIE (Società Italiana di Endocrinologia) ha riassunto le evidenze scientifiche in termini di benefici con annesse specifiche controindicazioni.

Meccanismi fisiologici della chetogenesi

Il regime dietetico di tipo chetogenico è in grado di indurre e mantenere uno stato cronico di chetosi che è una condizione metabolica in cui vengono utilizzati i corpi chetonici come fonte energetica.

In un’alimentazione normale e bilanciata, per esempio la dieta mediterranea, il glucosio rappresenta la fonte energetica primaria e anche la sua scarsa assunzione nel breve periodo porta il nostro organismo a utilizzare le riserve epatiche e muscolari di glicogeno per mantenere un livello glicemico normale a livello ematico. Protrarre questo periodo di carenza glucidica nel tempo (3-4 giorni) porta a uno “shift” del metabolismo energetico che va a sfruttare i depositi adiposi ed in particolare i trigliceridi che ridotti alle sue molecole elementari (acidi grassi) sintetizzano appunto corpi chetonici.

Nonostante la carenza di glucosio il livello glicemico nel sangue viene però mantenuto costante anche se basso grazie a vie metaboliche particolari che sfruttano il glicerolo (dai trigliceridi) e gli aminoacidi mediante un processo di gluconeogenesi. I corpi chetonici raggiungono perciò una concentrazione ematica maggiore del glucosio e superando la barriera ematoencefalica “nutrono” il cervello, inoltre la loro azione a livello ipotalamico sopprime lo stimolo della fame.

Come e per quanto si mantiene la chetosi e che caratteristiche nutrizionali ha la dieta in questione?

Bisogna fare una premessa importante: la chetosi di cui si parla non è la chetoacidosi diabetica che ha un’altra causa e per lo più effetti tossici e negativi per il nostro organismo, inoltre rimane sempre un meccanismo di emergenza del nostro corpo per far fronte a periodi di carestia; perciò non essendo il meccanismo metabolico energetico preferenziale non può essere mantenuto per tanto tempo.

Generalmente uno stato di chetosi secondo le linee guida non deve essere protratto per più di 12 settimane. Mantenere una condizione di chetosi comporta quindi dover rispettare degli equilibri tra macronutrienti (carboidrati, proteine e lipidi) oltre a un continuo sostentamento mediante integratori vitaminici e fibre.

Esistono diversi tipi di diete che portano a chetosi, tra queste ricordiamo:

  • dieta chetogenica classica: 90% lipidi, 7% proteine, 3% carboidrati. È la dieta chetogenica originale, utilizzata soprattutto in ambito clinico in casi di epilessia resistente ai farmaci in bambini e adolescenti più che nella terapia nutrizionale dell’obesità;
  • dieta Atkins modificata: 60-70% lipidi, 23-30% proteine, 5% carboidrati. Non restrittiva in termini calorici, più semplice da seguire nel lungo periodo e sempre in ambito clinico con una maggiore versatilità e quindi applicabilità in concomitanza a condizioni di obesità;
  • dieta MCT (o supplementata in trigliceridi a catena media): 90% lipidi, (di cui il 30-di trigliceridi a catena media), 10% proteine, 15-20% carboidrati. Presenta maggiori effetti collaterali (disturbi gastrointestinali) per via dell’uso di MCT presenti in grande quantità in olio di cocco e altri vegetali, ha una chetosi molto elevata paragonabile a quella della chetogenica classica;
  • dieta VLCKD (very low calorie ketogenic diet) che è anche quella attualmente più utilizzata nella terapia nutrizionale e che da anni sta sostituendo la dieta chetogenica classica nelle applicazioni cliniche. È una dieta fortemente ipocalorica e normoproteica e con un basso contenuto in lipidi almeno rispetto alle precedenti. La sua diffusione e il suo successo è dovuto in quanto induce una chetosi molto stabile con riduzione del senso di fame, portando ad una maggiore “compliance” da parte del paziente con meno effetti collaterali.

Le fasi della dieta VLCKD

Generalmente la dieta chetogenica si compone di 4 fasi: fase di dimagrimento e di transizione, fase di mantenimento e rieducazione alimentare. Le prime due hanno circa la stessa lunghezza in termini temporali (in media 40 giorni ciascuna).

Si parte quindi da un quasi totale utilizzo di pasti sostitutivi ad alto contenuto proteico e di fibre per il controllo della fame con consumo regolare di verdure e acqua e supplementazione vitaminica e minerale. Successivamente si verifica la sostituzione di un pasto sostitutivo con almeno un pasto convenzionale proteico. Raggiunto il peso ideale si esce dallo stato di chetosi con quindi un aumento dell’introito calorico dovuto ad un inserimento graduale di carboidrati con maggiore presenza di pasti convenzionali proteici e un solo parziale utilizzo dei pasti sostitutivi. Si termina con l’inserimento di ulteriori gruppi alimentari come frutta e legumi, sospensione dei pasti sostitutivi e quota totale dei carboidrati intorno al 45%.

Benefici della dieta VLCKD

  • Miglioramento dei marker metabolici e di infiammazione
  • rapida perdita di peso
  • effetto stabilizzante dell’umore da parte dei corpi chetonici
  • inibizione del senso di fame
  • riduzione selettiva della massa grassa con buona protezione di quella magra.

L’attività fisica durante la dieta chetogenica è raccomandata ma di tipo leggero e non aerobico durante la fase di dimagrimento, nelle altre fasi si può aumentare l’intensità delle sedute di allenamento con introduzione anche di attività motoria di tipo aerobico.

Effetti collaterali

  • Stipsi o diarrea: anche se non comuni si potrebbero verificare per il cambio radicale delle abitudini alimentari.
  • Cefalea: si può manifestare nei primi giorni di dieta fino a stabilizzazione della chetosi.
  • Fame: possibile presenza nei primi giorni di dieta ma che generalmente viene poi controllata dall’effetto “anoressizzante” dei corpi chetonici che agiscono a livello ipotalamico.
  • Alitosi: causata dall’eliminazione di acetone tramite le vie respiratorie.

Per chi è consigliata

  • La dieta chetogenica è indicata in caso di obesità grave o complicata da ipertensione
  • diabete di tipo 2
  • dislipidemia
  • sindrome metabolica
  • osteopatie
  • dimagrimento necessario pre-chirurgia bariatrica o per operazioni chirurgiche imminenti
  • steatosi epatica non alcolica
  • epilessia farmaco-resistente.

Controindicazioni

Non è applicabile in caso di:

  • gravidanza e allattamento
  • disturbi gravi di tipo psicologico e comportamentale
  • abuso di alcol o di altre sostanze che creino dipendenza
  • insufficienza epatica e renale
  • diabete di tipo 1
  • porfiria
  • deficit di carnitina
  • infezioni severe in atto
  • recente ictus o infarto miocardico acuto, angina instabile e insufficienza cardiaca
  • pazienti anziani fragili
  • presenza di alcune patologie auto-immuni.

Conclusioni

Non è sicuramente una dieta che si presta al fai da te come anche non può essere definita una dieta alla moda in quanto l’accesso ai protocolli dietetici avviene in seguito ad attenta anamnesi da parte di personale qualificato; l’utilizzo sconsiderato e la non completa conoscenza della propria condizione fisiopatologica può essere perciò controproducente.

È sicuramente un protocollo alimentare valido grazie alle sempre più crescenti evidenze sulla sua utilità in campo clinico e nella terapia nutrizionale dell’obesità; va però sempre ricordato, soprattutto in riferimento a quest’ultima, che la dieta in questione non rappresenta una “dieta” nel suo significato classico e cioè uno “stile di vita” ma è da considerarsi come uno strumento utile, provvisorio ed a volte risolutivo mirato però alla reintroduzione di un regime alimentare equilibrato secondo i dettami della dieta mediterranea.

Se stai cercando un professionista preparato che ti segua per la tua dieta chetogenica a Udine, puoi contattarmi senza impegno.

 

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INFORMAZIONI SULLE MODALITA’ DI ACCESSO ALLO STUDIO NUTRIZIONALE

Vista l’emergenza sanitaria in corso prego di prendere visione delle seguenti informazioni e raccomandazioni:

  • Non presentarsi in anticipo all’appuntamento; sono consentiti un massimo di 5 minuti di ritardo.
  • È obbligatorio l’uso della mascherina.
  • Non sono consentiti all’interno dello studio e dello stabile accompagnatori eccetto per visita con minori o persone che necessitano di assistenza. Eventuali accompagnatori dovranno aspettare fuori dallo stabile per evitare assembramenti in sala d’attesa.
  • È messo a disposizione, prima di accedere allo studio, un gel idro-alcolico per l’igienizzazione delle mani; dopo la visita si dovrà procedere nuovamente alla pulizia delle mani tramite soluzione igienizzante.
  • È consigliabile il controllo della temperatura corporea sia il giorno prima che il giorno stesso della visita.
  • L’operatore disporrà di mascherina chirurgica e visiera in plexiglass per copertura volto (occhi, naso, bocca). Durante il colloquio verrà mantenuta una distanza di almeno 1.5 metri mentre le operazioni quali misurazione dei parametri antropometrici e analisi della composizione corporea non dureranno più di 10 minuti in totale.
  • Dopo ogni visita l’operatore provvederà mediante soluzione idro-alcolica spray all’igienizzazione di strumenti, superfici venute a contatto con il paziente e camice; sarà inoltre garantita un’adeguata ventilazione della stanza.
  • Qualche giorno prima della visita o del controllo l’assistito verrà contattato tramite mail o telefonicamente per essere informato sulle modalità di accesso allo studio e verrà inviato un questionario pre-triage.

Dott. Mauro Meloni

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Chiusura per festività

Lo studio nutrizionale rimarrà chiuso dal 24 dicembre al 6 gennaio compresi. Le prenotazioni per il mese di gennaio sono già in corso quindi invito chi fosse interessato a inviare una mail utilizzando il format del sito oppure a [email protected] oppure chiamare al 3401745550 (anche messaggio WhatsApp).

Auguro a tutti un felice Natale e sereno anno nuovo!

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Come comportarsi da un punto di vista alimentare durante le festività?

Generalmente da nord a sud pranzi e/o cene di Natale o cenoni di Capodanno sono un momento di convivialità con amici e parenti e spesso e volentieri durante queste ricorrenze si va giù pesante in termini calorici accompagnando il tutto con generose quantità di alcolici. Stiamo parlando in effetti di vere e proprie bombe glicemiche che portano ad un inevitabile incremento ponderale. Come comportarsi? Cercherò di fornire alcuni consigli validi per chi è già a dieta e anche per chi non lo è.

Vista la presenza di più portate, evitare di ingozzarci già dalla prima, quindi meglio porzioni modeste di ogni portata. L’obiettivo è quello di poterci alzare dalla sedia a fine pasto soddisfatti e non con lo stomaco che chieda pietà. Nello specifico, per chi già segue rigorosamente una dieta, l’abbuffata potrebbe portare anche a importanti fastidi gastro-intestinali.

Bere acqua. La presenza di prodotti, alimenti o pietanze salate oltre a qualche bicchiere di vino di troppo porta a disidratazione con logiche ripercussioni sul metabolismo.

Verdure sempre presenti, possibilmente non condite con burro, e accompagnate da acqua. Probabilmente mangeremo carne alla griglia/brace, sughi ricchi di grassi saturi e chi più ne ha più ne metta, perciò un approvvigionamento di sostanze antiossidanti e fibre non guasta. Personalmente consiglio verdure “drenanti” e “digestive” come finocchi, sedano, carciofi e radicchio.

Evitare di aggiungere a fine pasto frutta piuttosto zuccherina e calorica come kaki, mandarini (non mandaranci), melagrana, banane; ok per arance, mandaranci, kiwi, pompelmo.

Evitare di consumare il pane già a inizio pranzo o cena.

Pandoro o panettone? Da un punto di vista prettamente calorico il panettone (meglio se artigianale), da un punto di vista qualitativo non saprei, il primo abbonda in grassi mentre il secondo in zuccheri.

Un consiglio su come tentare di porre rimedio agli eccessi? Prima seguite i consigli di sopra poi fate almeno uno/due giornate tendenzialmente ipocaloriche cercando di bere tanta acqua, di consumare verdure e possibilmente pasti con proteine magre da carne bianca o pesce; magari evitare il pane e aggiungere qualche minestra di legumi.

Controllo del peso? È inutile controllare il peso uno o due giorni dopo per vedere quanto si è “ingrassati”, le variazioni ponderali sono imputabili quasi esclusivamente all’acqua, i conti si fanno dopo 2/3 settimane circa.

Mauro Meloni

 

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Dieta, è solo una questione calorica?

Quanto è importante il computo calorico in una dieta dimagrante? Deve essere estremamente preciso o bisogna tenere conto anche di altri fattori di natura metabolica e ormonale? Oppure considero solo questi ultimi e non do importanza alle calorie? Perché non riesco a dimagrire con una dieta ipocalorica?

Sono queste una serie di domande che si sentono spesso ultimamente e che in assenza di risposte convincenti portano alcune persone ad abbracciare spesso e volentieri nuove “filosofie alimentari” alternative poco credibili in termini scientifici.

Se da un lato attenersi esclusivamente e in maniera ortodossa al solo conteggio calorico della dieta può portare a volte scarsi risultati in termini di perdita di peso, dall’altro lato seguire sistemi alimentari che per esempio ti inducono a mangiare ad libitum pasta o braciole di maiale a colazione e a escludere alimenti come verdure e frutta, possono risultare molto rischiose in termini salutistici.

In realtà sarebbe più opportuno, nell’elaborazione di uno schema alimentare, considerare il nostro bilancio calorico giornaliero o settimanale in termini di entrate (per esempio alimentari) e uscite (per esempio lavoro, attività fisica ecc…) e “adattarlo” alla nostra situazione ormonale e metabolica, garantendo inoltre tutti i macro/micro-nutrienti necessari al corretto funzionamento del nostro organismo. L’obiettivo è quello di evitare alterazioni metaboliche che potrebbero lasciare uno strascico o una così detta “impronta” negativa per molti anni, infatti spesso questa impronta è ereditata da una duratura cattiva alimentazione che in determinati individui porta o può portare al fallimento di una dieta bilanciata.

Facciamo un classico esempio: ho un amico/a coetaneo con circa il mio stesso peso; il mio amico è anche mio collega di lavoro e ha circa le mie stesse mansioni inoltre frequentiamo entrambi e insieme un corso di fitness; sta di fatto che io mi trattengo spesso nel mangiare evitando gli eccessi perché son conscio di mettere su facilmente del grasso corporeo, il mio amico invece mangia quello che vuole senza limiti e non mette su un etto! Perché?

Possiamo anche rigirarla in questo modo: due individui coetanei con circa stessa altezza e peso e abitudini simili seguono una stessa dieta, noteremo nel tempo differenti risposte che possono essere un importante calo di peso di uno rispetto all’altro o persino un fallimento nel dimagrimento di uno dei due.

Perché succede questo?

La spiegazione ce l’hanno i nostri mitocondri, dei piccoli organuli cellulari che sono la nostra centrale energetica e metabolica ovvero in parole semplici creano energia a partire dalle sostanze che ingeriamo. L’efficienza metabolica non è oggettiva e dipende da soggetto a soggetto perciò a parità calorica capita spesso che ci siano soggetti che mostrano un metabolismo per così dire alto e uno basso. Escludendo l’attività fisica, l’efficienza varia nel tempo e dipende non tanto dall’età quanto dal nostro assetto ormonale e dalle nostre abitudini dietetiche passate, infatti ci sono diete assolutamente sbagliate che non “alimentano” le nostre centrali energetiche o a volte causano dei “black out”. Capita spessa per esempio che quella dieta del minestrone o delle noccioline fatta due anni fa non funzioni più!

Quando si inizia perciò un percorso nutrizionale il professionista a cui ci si affida deve essere in grado di capire lo stato attuale metabolico dell’assistito coerentemente con la sua storia dietetica passata e consultando, se necessario, specifici parametri ematici. C’è della resistenza insulinica? La tiroide funziona correttamente? Quante diete ha fatto in passato? E che tipo di diete erano? E la sua flora batterica intestinale? È sana?  Riesco a ipotizzare la sua efficienza metabolica?

Capita, in determinati casi, di dover effettuare un così detto reset metabolico che all’inizio può portare a leggere variazioni ponderali ma col tempo può permettere la ripartenza della nostra centrale energetica.

Spesso si pretende di dimagrire in brevissimo tempo dopo che per anni ci siamo alimentati male e abbiamo “violentato” il nostro organismo con diete sbagliate o seguendo i “santoni” mediatici dell’ultimo minuto.

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Spezie indiane e possibili benefici

Con il termine “spezie” facciamo riferimento a sostanze ricavate da prodotti vegetali secchi che generalmente provengono da zone tropicali o dal Medio Oriente o dall’Asia orientale. Questa puntualizzazione è doverosa in quanto spesso e volentieri il termine “spezie” è riferito anche a indicare alcune erbe aromatiche come timo, rosmarino, salvia, origano e molte altre.

L’utilizzo di questo tipo di sostanze nelle nostre tavole come insaporitori o aromatizzanti è altamente consigliato sia per le numerose “virtù” o proprietà benefiche che esse possiedono sia come alternative funzionali al sale da cucina diventando di conseguenza un utile strumento per contrastare problematiche come ritenzione idrica e ipertensione e non solo. È anche doveroso puntualizzare che i numerosi benefici sono frutto di studi scientifici effettuati utilizzando esclusivamente i principi attivi (molecole specifiche in esse contenute) ad alte concentrazioni che hanno mostrato delle interessanti attività di tipo antiossidante, antimicrobico, antinfiammatorio e così via; ciò non toglie che un uso abituale e anche accorto delle spezie nella nostra alimentazione possa in qualche modo apportare dei benefici a lungo termine al nostro organismo.

Passerò in rassegna alcune delle spezie di origine indiana più conosciute e diffuse con alcuni dei loro possibili benefici.

Cumino.

Alto contenuto in ferro e calcio. Proprietà benefiche a livello digestivo dovute ala stimolazione degli enzimi pancreatici. Effetti positivi in caso di meteorismo, aerofagia, dispepsia e gonfiore post-prandiale. Buon rimedio in caso di alitosi.

Coriandolo.

Buon contenuto in vitamina A. Proprietà antinfiammatorie e anche digestive in soggetti con colon irritabile. Benefici in caso di stanchezza generalizzata e inappetenza. È stato studiato un possibile effetto chelante nei confronti di alcuni metalli pesanti come mercurio e piombo.

Cannella.

Alto potere antiossidante oltre a proprietà antibatteriche e antispastiche. Le proprietà antiossidanti sono dovute alla presenza tra i principi attivi di rutina, catechina e quercetina. C’è qualche evidenza anche su un possibile ruolo come regolatore della glicemia post-prandiale, infatti è presente un polifenolo con funzione simile a quella dell’insulina. Possibili benefici in caso di ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia e ipertensione.

Cardamomo.

Proprietà antinfiammatorie e benefiche a livello digestivo in quanto contrasta mal di stomaco, stitichezza, dissenteria e alitosi.

Chiodi di garofano.

Elevato contenuto in calcio. Spiccato potere antiossidante oltre a proprietà antiemetiche e digestive. Il principio attivo “eugesolo” è utilizzato come componente degli anestetici locali in campo odontoiatrico.

Curcuma.

Spezia i cui principi attivi sono sotto profonda osservazione scientifica per un loro possibile impatto positivo nella prevenzione tumorale. Studi epidemiologici affermano che in Asia dove l’utilizzo della curcuma è abituale ci sia una minore incidenza di patologie tumorali e studi su cavie hanno evidenziato un rallentamento nella diffusione e proliferazione delle cellule tumorali prostatiche. Sembra possieda proprietà antinfiammatorie, antiaging, immunitarie, digestive antiossidanti e antibatteriche.

Peperoncino.

Forse uno degli alimenti con il più alto contenuto in vitamina C, potente antiossidante. Contiene sia lecitina, quindi ha un un certo effetto ipocolesterolemizzante, che capsaicina grazie alla quale viene stimolata la secrezione dei succhi gastrici migliorando di conseguenza la digestione.

Zenzero.

Proprietà antiemetiche grazie al principio attivo “gingerolo” oltre a potere antinfiammatorio, antimicrobico e antitrombotico. Particolare accortezza va presa dai soggetti con colon irritabile o comunque problematiche a livello intestinale in quanto alte dosi o un utilizzo molto frequente di questa spezie anche sotto forma di tisana potrebbe portare a effetti contrari e causare anche reazioni allergiche.

 

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